Menu principale:
Il Teatro > Le commedie > Allòre... jè vère!
Apprezzare i miglioramenti interpretativi e drammaturgici di una compagnia nell'allestimento di uno spettacolo, soprattutto quando si è avuto modo di scriverne in passato (e, di conseguenza, di essere letti e ascoltati), fa sempre piacere.
Per molteplici ragioni:
in primis chi "si espone" in un articolo cerca di onorare umilmente l'accezione etimologica del termine "critica" (dal greco "discernere, mettere a confronto"), dando un senso a ciò che fa; in secondo luogo chi legge (nello specifico l'addetto al lavoro, coinvolto nel pezzo), accettando eventuali consigli, dimostra sensibilità, intelligenza e desiderio di mettersi in discussione (rarità in tempi in cui ciascuno crede di "essere e basta", senza recepire suggerimenti); infine assieme si cresce e matura, creando la sinergia di un lavoro "construens" fra artista e recensore, in un dignitoso gioco delle parti, con professionalità complementare.
Così, a quasi un anno di distanza da "Sfelàzze", il Piccolo "Eugenio D'Attoma" di Bari (per la direzione artistica di Nietta Tempesta, donna coraggiosa nel portare avanti "da sola" la sua attività, credendo come Mia Fanelli del Duse fortemente nelle nuove leve locali) ha ospitato nuovamente, alcune settimane fa, la Compagnia teatrale "Amici del Sipario" (associazione culturale ideata nel 2003, con la finalità di potenziare ricerca e divulgazione della cultura popolare del capoluogo, in tutte le sfumature di fondo, salvaguardandone tradizioni doverosamente da riscoprire) con la commedia in due atti (siamo sulla buona strada, ma c'è ancora bisogno di apportare qualche taglio, onde evitare un'eccessiva verbosità e il rischio di essere ripetitivi)
"Allòre…iè vère!" di Emanuele Battista (anche regista: classe 1959, fra i più autorevoli esponenti del nostro patrimonio "scribendi", mai abbastanza valorizzato.
Sarebbe il caso di tributargli i meriti dovuti, non avendo nulla da invidiare ai compianti Maurogiovanni e Piergiovanni, paragoni forse blasfemi per alcuni, non per chi lo sostiene). Un cast corale (evidente il lavoro di gruppo e la voglia di evolversi, facendo attenzione alla mimica, alla parola, alla battuta, evitando improvvisazioni, macchiettismi e "iosate" da quattro soldi), una pulizia espressiva ben più solida (con momenti struggenti sul finale, quasi a rendere onore alla figura della protagonista, Anna, messa a punto da una Rosaria Ranieri determinata e carica emotivamente, intima nell'affrontare il tema dell'handicap del figlio, un Massimo Restelli giocato sulla simpatia e impatto ilare, con echi alla "Filumena Marturano": fermo restando la buona performance, sarebbe però opportuno non guardare troppo il pubblico nei momenti topici, a mo' di ricerca di consenso "da lacrima") e un ritmo sostanzialmente serrato (efficaci le incursioni di Isabella Loporchio, con un'escalation di risate nei minuti "on stage" e la presenza del già lodato in illo tempore Maurizio Sarubbi, nei panni di Cesarino: non si smentisce neanche stavolta, anzi si pone ad un gradino superiore rispetto ai colleghi per capacità di muoversi con agio e naturalezza, conferendo credibilità persino alle fobie più esagerate del suo personaggio) scandiscandiscono la pièce, con luci ben calibrate e aspetti tecnici a cura di Peppino Lorusso.
E, onestamente, sembra passare persino in secondo piano il fatto che tutte le vicende siano generate dalla superstizione (incombono i richiami a "Non è vero, ma ci credo" di De Filippo) per "risum movere" (per dirla alla latina maniera), creando equivoci fino all'epilogo:
il divertimento risulta solo un pretesto narrativo per far scorrere la scrittura e scavando, scavando, il testo è molto più ricco di semplici sketch fra moglie e marito. Si riflette sul disagio della famiglia, sull'essere adolescenti oggi (dignitose Isabella Battista, che può fare molto di più, Stefania e Jenny Gelardi), sulle difficoltà di vivere in periferia, al chiuso, senza prospettive bensì, dato non irrilevante, con l'amore di una madre coraggio che rende migliore persino il suo uomo, superficiale per cliché (ma di cuore).
A completare il gruppo: Maria Barbone (semplice e spontanea), Concetta Rinaldi (troppo impostata, si deve sciogliere), il piccolo Andrea Battista (poche battute e veloci) e Canio Vitrani (un amministratore di condominio azzeccagarbugli, dalla vis empatica).
Tratto dal quotidiano puglia di domenica 13 marzo 2011 scritto da: Gianluca Doronzo
vedi giornale