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Emanuele
Emanuele Battista è nato a Bari nell'estate 1959 nel popoloso quartiere Libertà, dove risiedeva la famiglia materna. Invece la famiglia paterna affonda le proprie radici in Barivecchia, nei pressi della Chiesa di Santa Chiara. È proprio qui, in queste due culle della cultura popolare, che Emanuele cresce e si forma acquisendo un carattere di barese verace. Sin da bambino la strada diventa la sua palestra di vita; Corso Mazzini e dintorni sono i luoghi frequentati per giocare, socializzare e conoscere i compagni di strada con i quali lega in una sorta di relazione fraterna. A Barivecchia, invece, è di casa nella salumeria di zia Pupetta e zio Donato, luogo dove la gente non solo si reca per le compere, ma, anche per incontrarsi con le comari del vicinato.
E qui, seduto ad uno sgabello, Emanuele ascolta e memorizza le complicate storie, le vicende contorte, gli assilli quotidiani che travagliano le esistenze di famiglie di operai, marinai, portuali e gente comune che ha l'unico pensiero di sfamare con dignità, le numerose schiere di bambini che vengono alla luce come conigli.
E così, impara la bellissima e musicale lingua madre, il dialetto antico dei nonni, fatto di poche parole, ma ricche di saggezza, di proverbi, di smorfie e gesti misurati che valgono più di tante complicate frasi. Pian piano, inizia a convivere con il bene e con il male, e ben guidato dalla sua famiglia, riesce, già da adolescente, a distinguere cosa è buono e ciò che è cattivo, formandosi una coscienza di cristiano e uomo civile. Emanuele, dipendente Telecom, scopre di possedere una vena poetica e una competenza di autore teatrale verso i trentasei anni, allorquando, le situazioni dolorose della vita fanno a lui capolino.
Muore sua madre, una donna bellissima, una donna del popolo, una casalinga con il pregio del ricamo, una cuoca impareggiabile che conosce i segreti dell'antica cucina tradizionale e che, soprattutto, possiede un cuore grande e generoso che mette a disposizione di tutti. La perdita della mamma, per Emanuele, rappresenta una tappa importante della sua vita, arriva anche per lui la svolta.
La sua vita di cattolico prende sostanza e, frequentando la Parrocchia del Buon Pastore, decide di offrire il suo tempo e i suoi carismi per la stessa comunità e per l'Associazione Laicale del Sacro Costato. Intanto, per mantenere vivo il ricordo di mamma Isabella, compone, senza mai averlo fatto prima, tre poesie che tratteggiano di lei, gli aspetti più importanti e significativi, poesie mai lette in pubblico.
La lingua che sceglie è il dialetto, la lingua che la mamma usava e che ben conosceva. Il risultato è abbastanza sorprendente, i parenti, quando Emanuele ne da lettura, mostrano grande emozione e commozione.
E allora, Emanuele decide di approfondire e studiare quella lingua e quella cultura popolare che tanta curiosità e passione in lui suscitano, scrivendo liriche in dialetto. Così, dopo qualche mese, arrivano i primi pubblici apprezzamenti e i primi lusinghieri riscontri con attestazioni di merito e numerosi premi in concorsi di poesia.
Una delle più belle poesie, forse la più bella, sicuramente la più amata dallo stesso autore è "Na stèdde" che tante soddisfazioni gli ha regalato insieme a numerosi riconoscimenti, tra l'altro è stata scelta per essere pubblicata in una raccolta di poesie dei più importanti poeti di Bari di tutti i tempi. La lirica è dedicata alla mamma e, nell'originalità che gli viene attribuita, Emanuele fa ricorso proprio a due detti popolari, ovvero che contando le stelle del cielo viene favorita la crescita di porri sul collo e sul viso, e l'altro che le stelle che si vedono dal cielo di Bari, non sono altro che le anime dei defunti baresi che, buon per loro, hanno meritato il Paradiso. .... clicca sulle foto